Reggiane: il Degrado che fa comodo.

April 17, 2015

 

 

Dal balcone di uno dei capannoni delle ex Officine Meccaniche Reggiane, sventola uno striscione: “A chi fa comodo questo “degrado”? A chi ci vive, o a chi ci specula?”. Un buon riassunto della nostra posizione di Associazione Partecipazione, maturata in due anni di visite all’interno e, soprattutto, di ascolto. Ascolto di testimonianze in diverse lingue, ascolto su sedie traballanti davanti a tavole apparecchiate con fazzoletti di carta e scatolette di tonno, trattenendo il respiro per i rifiuti accumulati a terra – come in città dopo la Notte Rosa, o in un’arena dopo un concerto –, ma anche in stanze senza soffitto in cui esseri umani si ritagliano due metri quadri di dignità, fatta di abiti stesi, pavimento lavato e “letti” di pallet e coperte, accanto ai quali è allineato l’unico paio di scarpe.

 

Una parola, accomuna tutte le storie: “lavoro”. Il lavoro perso, cercato, il lavoro che non si può avere perché si è diventati irregolari dopo averlo perso, il lavoro, o magari perché il permesso di soggiorno non lo si ha mai avuto, nei dieci anni trascorsi da quando, diciottenni, si è scesi da una barca sovraffollata e si è scappati dalla spiaggia per paura di essere rispediti in quel paese che, per lasciare, si è rischiata la vita. Il lavoro centro di ogni discorso, come lo è per tutti gli altri disoccupati, cassintegrati, licenziati, le cui fila si ingrossano ogni giorno.

Solo che, gli altri disoccupati, ricevono normalmente solidarietà. Mentre il sentimento suscitato da chi, oltre al lavoro, ha perso anche la casa, è quasi sempre paura o schifo, e persino rabbia. Disumanizzati, i senza dimora sembrano non essere adatti ai normali metri di giudizio, come una categoria a parte, non semplicemente persone escluse dalla sfera dei diritti, civili e umani, una condizione sbagliata a livello di società, a prescindere dalle singole esperienze. Perché è proprio la moderna, democratica, civilissima e avanzata società in cui viviamo a produrre anche ingiustizie così feroci; e le produce non come eccezioni, ma come sistematico punto di arrivo di un vortice che inghiotte tutti coloro che non sono riusciti a stare “al passo” (con… il mercato? Il mondo del lavoro? Il progresso? Metteteci la parola che volete).

Credo che pensare questo faccia paura e imponga difficili riflessioni e ancor più difficili prese di posizione. E, allora, è più facile aver paura di chi dorme su un cartone in una fabbrica abbandonata o in uno scantinato: lui o lei, almeno, li posso allontanare, denunciare, ignorare; è una paura che posso gestire, che non mi obbliga a mettere in discussione il mio mondo.

In molti, questo, l’hanno capito. Lo hanno capito i vari Salvini, che creano il mostro per poi ergersi a salvatori da eleggere; lo hanno capito quelle amministrazioni e governi, anche di un presunto centro-sinistra, che si occupano di senzatetto solo in termini di “degrado” e “sicurezza”, guadagnano consenso acquietando i cittadini votanti con l’aumento delle volanti e ben si guardano dall’alzare l’asticella dei diritti, unico vero mezzo per raggiungere una maggiore sicurezza e qualità della vita per tutti; lo hanno capito quei media che, a un’inchiesta seria volta ad informare le persone su situazioni e problemi nella loro complessità, preferiscono il molto più redditizio mostro in prima pagina o in prima serata, il rafforzare i luoghi comuni sostenendo quello che gran parte della gente già pensa – alla faccia del giornalismo etico, garante di libertà, democrazia, giustizia e diritti alla Giuseppe Fava.

A pagare per tutto questo sono prima di tutto i senza dimora, ma sono anche i disoccupati, i pensionati con la minima, gli invalidi a cui sono stati tagliati i fondi per l’assistenza e tutti coloro che, da oppressi, si affidano al loro oppressore affinché schiacci ancora di più altri oppressi, che dall’alto vengono presentati come i nemici, perfetti per distrarre dalle vere responsabilità.

Illogico, come lo è stata l’orda di inquisitori che, dopo l’arresto diuno spacciatore dentro alle Reggiane, hanno inneggiato alla “bonifica del degrado” di un luogo che, fino ad allora, magari neanche sapevano esistesse. Quanti spacciatori sono stati arrestati a Reggio Emilia, nell’ultimo anno, fuori dalle Reggiane? E, anche tralasciando la condizione della maggior parte degli “abitanti” delle Reggiane – tra le prime vittime della presenza di delinquenti al loro interno –, nonché la domanda su quali alternative restino a chi non ha alcuna possibilità di lavorare in modo legale… è forse credibile che il problema dello spaccio si risolva cacciando i senzatetto dalla fabbrica abbandonata dove sono costretti a dormire?

Basterebbero queste poche domande, per mettere fine a polemiche inconcludenti e cacce alle streghe poco velatamente razziste…se, chi le muove, fosse onesto e in buona fede; e se, chi le ascolta e dà loro credito, avesse la volontà è il coraggio di andare oltre le verità di comodo.

 

Per concludere, io, donna, ventiquattrenne, sono entrata alle Reggiane più volte, e ho stretto molte mani. E’ un luogo sicuro e poco sicuro come lo è il mondo.

E’ poco sicuro come lo è qualsiasi luogo isolato, o dove si incontrano cattive persone, ma non più di quanto lo possano essere le mura domestiche, o la strada.

Ed è un luogo sicuro come lo è ogni posto dove si incontrano brave persone, che non hanno mai fatto male a nessuno, e che però si trovano ad essere emarginate non per qualcosa che hanno fatto, ma per quello che sono, per quello che rappresentano.

 

Chiara Casoli

Associazione culturale Partecipazione 

 

*una versione ridotta di questo articolo è comparsa sul numero di aprile del mensile Piazza Grande – Reggio Emilia. giornale di strada a sostegno di persone senza fissa dimora.

Per saperne di più e/o acquistare il giornale, che viene venduto a offerta libera, scrivete alla pagina facebook Piazza Grande – Reggio Emilia o contattate il numero 380-1983162

 

 

 

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